Blog di poesia e versi

Davanti alla tastiera

Sono seduto davanti alla tastiera, e sto scrivendo.
Con i gomiti appoggiati al tavolo, la testa pesante, le spalle curve e gli occhi che si chiudono.
Continuo a scrivere.
Mi domando per quale strana combinazione questa settimana non ho ricevuto nulla.
Nulla da pubblicare su questa dannata rivista, intendo.
Ho sonno, Sinatra mi urla nelle orecchie. Non ho voglia d’alzarmi per scaraventarlo via e spegnere lo stereo.
Mi arrivano sempre decine di manoscritti, alcuni anche buoni; gente che racconta di serial killer della bassa padana, storie delicate d’anziane signore alla finestra a Biarritz, avventure di guerra, extraterrestri che sorgono dal water e cazzate.
Questa volta, nulla.
Solo poesie.
Italia paese di Santi, poeti e navigatori, non di narratori.
Niente narratori, o pochi, forse.
Quei pochi, poi, sono andati in vacanza in Argentina o sono in sciopero.
Cosa potrei pubblicare nella narrativa?
Così sono qui che scrivo, sono costretto a scrivere anche se dormo con mezzo cervello.
Cazzo, quanto canta Sinatra, non si è ancora stancato.
Dovrei essere a letto, con te.
Mi stai aspettando e io continuo a scrivere.
Non so che cosa mi obblighi; oppure non c’è nulla che mi costringa, e non mi fermo comunque.
Vorrei essere con te, sotto una coperta ad ascoltare la pioggia che suona la grondaia, a rilassarmi col profumo della tua pelle umida.
Invece sono qui, ho perso il conto di quante volte ho sentito “My way”, “New York, New York” e “Fly me to the moon”.
Nessuno ha inviato racconti, negli ultimi giorni.
Avessi almeno una sigaretta. La voglia è maggiore del fumo rimasto nella stanza.
Adoro Raymond Carver; quando non so che cosa pubblicare apro a caso un suo racconto.
Faccio sempre un figurone, a proporlo.
Piace, piace a tutti.
Vorrei essere lui, in questo momento: me ne fregherei di questo settimanale, avrei scritto cose bellissime e tutti quelli che prendono una penna in mano per scrivere stupidaggini mi odierebbero.
Magari è meglio che lo conservi per tempi peggiori, Carver.
Tu cosa starai facendo…
Mi aspetti, esci dalla doccia, ti asciughi, guardi il tuo corpo nello specchio, ti chiedi se mi piace, se mi piaci davvero, ti pettini.
Sì, mi piaci, più di questa tastiera, più delle mie stanche parole senza senso, più della mia rivista e di tutti quelli che mi scrivono.
Mi stropiccio le palpebre con i polpastrelli, mentre la mano sorregge il mento.
Squilla il telefono.
Pronto? Ciao…
Sei tu.
Sono stanco e scrivo.
Tu che mi ascolti, mentre parlo a fatica.
Vorrei essere già lì con te.
Cosa dici? E’ Sinatra che sta facendo confusione. No, non ce la faccio ad alzarmi per zittirlo. Sono sudato, e puzzo anche di fumo.
E sorridi. E sento che sorridono anche i tuoi occhi.
Al diavolo questo settimanale e quelli che non hanno mandato puntualmente i loro scritti, è quasi mezzanotte.
Smetto, do un calcio alla tastiera, annullo l’edizione di Sabato.
Mi alzo da questo tavolo.
Hai finito di cantare, Frank, io me ne vado.
Vengo da te, e non ho più sigarette.
Crepa d’invidia, Carver; tu e Tess Gallagher.
Torno domani; cercate di scrivere qualcosa, questa notte.

Raccolta di poesie

ARCIERE

Teso l’arco
scocchi
freccia
a bersaglio.

Tardi
ti accorgi
della mira
alta.

Volo che fu
tuo lucente
perso
tra cespugli.

FRECCIA

Il dardo legno
fra pietre,
magiche radici
fondate
di pianta viva,
annulla
il tempo, placa
l’errore.

ATTESA

Mi chiedo,
solcando sale bagnato
in urla,
dove sia musa clemente
che condurmi suole
per mari più dolci
lontano da uragani,
tra tartarughe antiche
che nuotano
ignorandomi.

ONIRICA

Sdraiata e nuda,
sorride lo sguardo
nella luce lieve della stanza.
Ombra che cinge
forme ti modella.

Divarichi vestale
colonne del profano,
apri la porta sacra;
infine, la tua bocca:
il riso cambia in grido.

M’immergo nell’abisso.
Mare agitato e caldo
muta me in pesce:
non affioro più
in cerca d’aria inutile.

INCANDESCENTE

Vidi bagliore
ad occhi fanciulli,
guardai
con sguardo di vecchio
epifania mai d’astro
più fulgido.

Caro destino cecità
dono della tua luce.
Quindi le tenebre
coprir d’oblio
quanto non serve
esser ricordato.

LADRO DI STELLE

Stanotte, col piccolo aereo,
ho rubato una stella nel cielo,
la più lucente.

L’ho nascosta, preziosa, nel cuore:
la luce accecante si spande,
ravviva i miei occhi.

Chiunque m’incontri,
intuisce un ladro di stelle.
Abbasso lo sguardo, sorrido:

ammetto gioioso la colpa.

PUGILI

Pensiero di te
prepotente
da ogni nascondiglio
mi osserva.

Tentando
con forza di pugile
di stringerlo in angolo
mi schiva.

Conquista il centro,
mi sovrasta
trionfante
in sorriso.

Lo guardo
ritto di fronte,
i pugni
non minacciano.

Desisto,
abbasso la guardia
sconfitto,
bagnato dal sudore.

Inutile combattere
contro forza
che è mia,
voglia di vederti.

Ci abbracciamo
dopo lotta violenta.
Ho perso
e ho vinto.

ALLEGORIA

Perduto nel deserto
trovo
un’oasi senza arbusti
ombra e acqua.
Un ferro,
unico segno
conficcato
di carovane antiche.

Rassegnato a vivere,
in estremo gesto
mi chino:
accarezzo la sabbia, impalpabile.
Baciandola
e toccandola ancora
scavo
nel ventre della terra.

Quand’ho
finalmente
le mani, la bocca, gli occhi
tutto posseduto
dalla divinità regnante,
sgorga
tra due piccole dune
rigagnolo lucente

Che mi ridona vita.
Colando dalle mie labbra,
lungo il collo,
il ventre e la pelle
sul terreno arso
talamo d’amplesso ancestrale,
prezioso guizzo
feconda

Essenza nuova
del viaggio.
Vive il deserto
di miracoli pagani.